Un'epoca di scelte

Silvia Scelsi

Abstract

Spesso abbiamo fatto scelte importanti, nel nostro quotidiano, assistendo le persone che ci vengono affidate, le loro famiglie, combattendo per la dignità che è dovuta a tutte le fasi della vita, garantendo che le cure e l’assistenza fossero le migliori possibili nel contesto dato. Abbiamo definito concetti importanti in modo visionario, passando dalla visione legata a muri e tecnologie, ad una legata alla persona e alla sua condizione, iniziando a parlare di “Area Critica” Quante volte abbiamo pensato che quello che vivevamo nella professione era l’era più faticosa, scegliere di essere in università, di riconoscersi in una disciplina con valore ontologico proprio, degna del pensiero scientifico, combattendo per farsi riconoscere, per poter formare dei professionisti che hanno la propria autonomia e responsabilità nella cura e nella presa in carico e hanno diritto di esercitare liberamente quella autonomia e responsabilità. Poi abbiamo iniziato a lottare perché l’ambito disciplinare nel lavoro e soprattutto in università fosse riconosciuto agli infermieri e a nessun altra professione, e ahimè non abbiamo ancora completato questo percorso. Abbiamo creduto nel confronto con i colleghi degli altri paesi europei e non solo, e abbiamo fondato la rete europea degli infermieri di area critica, convinti che “working together achieving more”. Abbiamo iniziato a fare ricerca e pubblicare, sia ricerca qualitativa che quantitativa, facendo scoprire anche alle altre professioni che abbiamo molto da dire, a tutela delle persone che assistiamo. Alla fine avevamo sperato di festeggiare il bicentenario della nascita della fondatrice dell’infermieristica moderna; invece ci siamo ritrovati, nostro malgrado, a dare prova della nostra competenza e umanità nell’esercizio della professione, affrontando la prima pandemia del nuovo millennio. Quanto ancora accade e ci accade in termini personali e professionali non solo ci ha provati, ma ci ha resi consapevoli insieme con le persone che assistiamo, che abbiamo una grande responsabilità etica prima che professionale di tutelare il bene comune. È vero anche che improvvisamente siamo diventati eroi, siamo assurti all’onore delle cronache. Le persone hanno scoperto, senza dover passare per un ricovero, cos’era un infermiere, si è rotto uno stereotipo, forse più di uno. Ma oggi non è ancora tempo di pace per la nostra professione e soprattutto per noi. Abbiamo ancora tante cose da fare, decidere per i livelli di competenza e dire chi e con quale percorso arriva a esercitare alcune funzioni piuttosto che esserne responsabile; dobbiamo consolidare la nostra presenza in università, dobbiamo portare la ricerca nella clinica, dobbiamo riconoscere le nostre autonomie attraverso una reale applicazione dei piani assistenziali. Abbiamo la necessità di gestire in prima persona i processi organizzativi che influenzano l’assistenza, dando luogo ad una reale costruzione di un sistema sanitario che rispetti le esigenze di fornire sicurezza e appropriatezza, senza eccedere quando non è necessario. Abbiamo la necessità di smetterla di parlare di umanizzazione delle cure in senso generico, perché la responsabilità di riconoscere la risposta umana al problema di salute e soddisfare il bisogno è la nostra caratteristica distintiva. Dobbiamo aiutare la persona assistita nel difficile percorso nel quale la prendiamo in carico e farci garanti non solo della sua salute, ma anche del rispetto dei principi etici e della garanzia che il diritto alla salute, alla autodeterminazione e alla dignità del vivere fino all’ultimo minuto come ha scelto, sia rispettato. Dobbiamo ancora fare tante scelte, ma come tutte le scelte alla base hanno una decisione, per noi quella di essere infermieri con la maiuscola, rigorosi nel rispetto della propria appartenenza. In questo tempo, il ventennio del nuovo millennio, stiamo affrontando una calamità che mai avremmo pensato di vedere, eppure questo tempo può essere, come tutte le crisi, un'occasione per rivedere i paradigmi con cui abbiamo pensato di poter convivere fino ad ora, e spingerci a raggiungere nuovi e forse insperati traguardi. Credo che “nessuno si salva da solo”, il nostro cammino non è fatto solo di traguardi personali, ma di comunità, è fatto della capacità di riconoscere il valore dell’altro, per questo ora è tempo di riflettere e di scegliere, di volere che le cose cambino, di compiere il primo passo per cambiarle. Se ognuno farà quel passo, insieme avremo fatto presto molta strada e quel traguardo lontano sarà più vicino. Aniarti è la mia scelta di essere una comunità prima che una società scientifica, una storia importante che caratterizza il passato, che ha permesso a molti di crescere e che ora può permettere a tutti noi di avere una voce per indicare la strada. Noi abbiamo scelto, venite con noi, il cammino è lungo ma insieme sarà migliore il viaggio.

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